Un’associazione, un gruppo di viticoltori…

Un’associazione, un gruppo di vitivinicoltori e un’uva autoctona: con Ciro Macellaro parliamo dell’aglianicone cilentano e del progetto Terre dell’Aglianicone

Gli ingredienti sono quelli di una grande storia, tra laboriosa passione contadina e amore per il proprio territorio.

Ciro Macellaro, classe 1985, è un giovane vignaiolo e produttore di vino, nella sua piccola azienda ai piedi del massiccio carsico dei Monti Alburni, nel comune di Postiglione, in provincia di Salerno. Qui, dopo la laurea in “Viticoltura ed Enologia” conseguita all’Università della Basilicata, ha deciso di investire il suo impegno quotidiano, per realizzare con sudore e sacrifici, quello che da sempre era per lui un grande sogno: fare buon vino. Così lo abbiamo intervistato, per mostrare l’operosità e la parsimonia di un giovane del Sud Italia, una terra di cui, il più delle volte, si comunica, in modo volontario e interessato, solo il brutto e il negativo. Una bella storia italiana, che racconta le caratteristiche di una delle uve più antiche della Campania Felix, che ha come terra d’origine l’incontaminato Cilento.

Dunque Ciro, qual è la storia dell’aglianicone cilentano e perché ti ha coinvolto così tanto?

“L’arrivo delle uve aglianicone nella nostra penisola risale al VIII secolo a.C. quando le prime colonie greche approdarono sulle coste campane, portando con se alcuni esemplari di questo affascinante vitigno. Da analisi svolte in laboratorio, l’aglianicone del Cilento è risultato essere il padre genetico del più celebre e conosciuto aglianico. In altri termini, l’attuale aglianico nasce dall’impollinazione, e quindi dall’unione, di uva aglianicone con la cannamela ischitana, tipica varietà d’uva presente anticamente sull’isola d’Ischia, incrociate proprio dai greci a seguito della colonizzazione. Si tratta di un vitigno di difficile coltivazione, storicamente sempre presente nel Cilento, e che, a seguito del manifestarsi della fillossera, è stato quasi totalmente soppiantato da varietà più produttive e remunerative. Si andava, quindi, verso la perdita di un prodotto tipico e identitario del nostro territorio, destinato a vivere solo nei ricordi delle vecchie generazioni, in modo particolare nell’area di Castel San Lorenzo, dove era forte l’idea di un vino magico e di eccezionale bontà”.

A questa varietà d’uva è legato il progetto Terre dell’Aglianicone, associazione di cui sei membro del consiglio direttivo. Come nasce e quali sono i suoi obiettivi.

“L’Associazione Terre dell’Aglianicone nasce sulle risorse di un progetto regionale, con lo scopo di tutelare l’immagine e la produzione del vitigno aglianicone e di indirizzare più vignaioli possibili alla sua coltivazione. Una missione portata avanti oggi, in primis, dalla passione del presidente Giuseppe Capo, e poi da un affiatato gruppo di aziende che credono, sostengono e promuovono “un vino vecchio ma di nuova vita” è così che mi piace definirlo. Alla base di tutto c’è la volontà di far riemergere il nostro passato, le nostre tradizioni e le nostre comunità. Personalmente, ho avuto il piacere di dedicare a questo argomento anche il lavoro di tesi di laurea. L’idea è di aggregare produttori di vino del territorio sotto un’unica bandiera, per fare di queste uve il vino distintivo dell’area cilentana. Oggi, le aziende associate sono: Cantina RizzoAz. Agr. Chiara MorraAz. Agr. Pepe RaimondoAz. Agr. ScairatoAz. Agr. Gasparro TommasoSilva PlantariumViticoltori De ConcilisTenuta MacellaroTenuta ManairdiTenute del Fasanella.

Sotto l’aspetto legislativo, quali sono le tutele su cui si poggia questo patrimonio enologico?

“Attualmente, l’aglianicone è un vitigno autorizzato alla vinificazione nella sola provincia di Salerno e la sua specifica di utilizzo è presente esclusivamente nella denominazione DOC Castel San Lorenzo. Il nostro obiettivo è quello di far inserire il suo impiego nella IGT Paestum, cioè in una indicazione comprendente il Cilento costiero. Questo perché, la IGT Paestum ricade nella DOC Castel San Lorenzo e quindi, per logiche di disciplinari, la proposta è fattibile e realizzabile. A sostegno di ciò, il Consorzio Vita Salernum Vites, l’organizzazione di tutela dei vini salernitani riconosciuta dal Mipaaf, ha preso in carico tutto l’iter procedurale e auspichiamo di raggiungere questo risultato al massimo entro un anno”.

 Quali sono i numeri, e quindi la dimensione, di questo appassionante impegno agricolo, di questo giovane vino dalle antiche origini?

“E’ senza dubbio una dimensione di nicchia. Bisogna dire che l’aglianicone è un’uva difficile da coltivare, presenta delle gemme dalla discreta fertilità e riscontra, a volte, fenomeni di acinellatura del grappolo (forse per difetti di morfologia floreale). Purtroppo, negli anni, i problemi di coltura hanno messo in ombra le sue abilità enologiche: si tratta di un’uva che, una volta raggiunta una buona maturazione, si comporta in modo eccellente e produce vini di grande qualità. Oggi, la superficie destinata alla coltivazione copre poco più di 30 ettari. Però, grazie agli investimenti fatti in questa direzione, le stime prevedono un raddoppio in breve tempo. La produzione vinicola, invece, si aggira intorno alle 5mila bottiglie. E’ da considerare che molte aziende sono pronte all’imbottigliamento solo quest’anno, quindi il numero tenderà sicuramente a crescere”.

Come diceva Mario Soldati: “diviene grande poeta un uomo psicologicamente e fisiologicamente malato, tarato. Così un vino eccezionale, prelibatissimo, proviene da un vitigno anomalo e difettoso”. Potrebbe essere il pensiero adatto a descrivere l’aglianicone cilentano?

“Direi proprio di si. Un vino con un gusto davvero accogliente, che riflette bene le tendenze attuali del mercato: più orientate verso le morbidezze e meno verso le astringenze. Un calice che dimentica le difficoltà del bere un vino, in quanto, pur avendo una buona struttura, presenta dei tannini molto farinosi, poco aggressivi, che non necessitano di un periodo di affinamento per essere ingentiliti. Non subendo processi in legno, offre integralmente, e con un’intensità di gran lunga superiore, tutti i descrittori del celebre figlio aglianico e può andare in commercio anche dopo un anno. Il colore, inoltre, beneficia proprio di questo processo più snello, mostrando una luce intensa e di grande naturalezza. Ovviamente ogni azienda può avere una filosofia enologica diversa, quella evidenziata fin’ora è la mia interpretazione, è ciò che porto nel bicchiere con il mio Quercus“.


I progetti in cantiere dell’associazione Terre dell’Aglianicone: quali sono e cosa prevedete per il futuro?

“A breve l’associazione avrà un nuovo sito istituzionale. Oggi è attiva la sola pagina ufficiale del più popolare dei social network. Siamo costantemente a lavoro per organizzare iniziative che coinvolgano anche altri viticoltori cilentani, con l’obiettivo di far crescere la superficie vitata. C’è l’esigenza, inoltre, di un intenso lavoro di comunicazione che permetta alle etichette, oggi in commercio, di raggiungere una buona notorietà. In cantiere, c’è l’interesse di legare una collaborazione con l’Eco Museo della Dieta Mediterranea di Pioppi per riaffermare l’antico legame presente tra il vino Aglianicone e lo stile di vita alimentare che da sempre caratterizza questo territorio: la dieta mediterranea, oggi riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità. Insomma, un vitigno che può imprimere una profonda unicità all’enologia del Cilento e, quindi, scrivere una nuova storia vitivinicola”.

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Terre dell'Aglianicone