ottobre 10, 2017

Azienda Agrilove

AZIENDA AGRICOLA “AGRILOVE” DI MICHELE LAVECCHIA
via Roma, 101
84049 Castel San Lorenzo (SA)
Tel. (+39) 0828 944623

L’Azienda è iscritta alla CCIAA di Salerno dal 13/02/2012, con la qualifica di Impresa Agricola (Sezione speciale), al numero Repertorio Economico Amministrativo: 411235.Le attività principali svolte dall’Impresa sono: Viticoltura, Olivicoltura e Orticoltura.
L’azienda si estende su circa quattro ettari di terreno, in agro di Castel San Lorenzo (località Farneta-Olivella e Santa Sofia) e in agro di Felitto (località Giuannazzu, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Alburni e Vallo di Diano).
Nel Comune di Castel San Lorenzo (località Farneta-Olivella), il fondo di proprietà è distinto in Catasto al foglio 2, particelle 46, 47, 437, 440, 533, 585, 586, 587, 590 e 592. L’insieme delle particelle compongono un unico appezzamento di terreno semipianeggiante di circa tre ettari, due dei quali coltivati interamente ad uliveto, la restante superficie ospita un vigneto giovane di quattro anni, di sessanta are di ampiezza, composto da n. 1860 piante di Aglianicone di Castel San Lorenzo e la restante superficie è destinata ad alloggiare, entro giugno 2018, altre 840 piante della medesima varietà di Aglianicone (quote già in portafoglio).
Altro terreno di proprietà in Agro del Comune di Castel San Lorenzo (località Santa Sofia), distinto in Catasto al foglio 7, particelle 67, 69, 78, 835, 838 e 887.
Detto fondo, di circa 40 are, ospita 38 piante di ulivo, di cui 25 secolari della varietà “Nostrale” le altre, più giovani, di varietà “Leccino” e “Frantoiana”.
Altro terreno, non di proprietà, gestito dall’Azienda è ubicato nel Comune di Felitto, località Giuannazzu, di are 33.
Quest’ultimo, distinto in catasto al foglio 5, particella 46, ospita un vigneto, su 25 are, composto dalle seguenti varietà: Malvasia, Trebbiana, Barbera, San giovese e Cabernet Sauvignon.
La restante superficie è destinata alla coltivazione di orticole.

NELLE BOTTIGLIE DELL’AZIENDA VI E’ IL TERROIR, IL VITIGNO E IL VIGNAIOLO.

IL TERROIR

Tradotto, questo termine rappresenta l’insieme di quattro fattori essenziali: il clima, la geologia, la topografia e il suolo.
L’intreccio di questi elementi (il clima temperato, la tipologia delle rocce e l’andamento collinare del terreno) disegna i territori ideali per la produzione dei grandi vini.
E’ pura illusione cercare di sopperire, con tecniche di enologia sofisticate e costose, alla mancanza di un terroir idoneo.
Il territorio di Castel San Lorenzo, una comunità di circa 3.000 anime, in provincia di Salerno, disteso sulle dolci colline del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, coniuga in modo sublime gli elementi idonei per la produzione di grandi vini.

AMPELOGRAFIA

I dati dell’indagine bio-molecolare elaborati, qualche anno fa, dal Laboratorio di Genetica dell’Istituto Agrario “San Michele all’Adige” di Trento, già evidenziarono una stretta parentela genetica tra la varietà “Aglianicone di Castel San Lorenzo” e l’”Aglianico” diffuso in molte aree della regione Campania.
Dagli ultimi studi condotti dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, dall’Università della Basilicata e quella di Pisa, risulta che l’attuale Aglianico nasce dall’impollinazione e, quindi, dall’unione di uva Aglianicone di Castel San Lorenzo con la Cannamela ischitana, tipica varietà d’uva presente anticamente sull’isola d’Ischia, incrociate proprio dai greci a seguito della colonizzazione.
Sebbene li accomunino molti pregi, a differenza dell’Aglianico, l’Aglianicone di Castel San Lorenzo è meno tannico, più domabile; la conformazione del grappolo meno compatta, quasi sempre spargolo.
Sebbene il rapporto buccia/polpa sia più basso rispetto all’Aglianico, nel vino Aglianicone si riscontrano più antociani, polifenoli ed estratto. Da non confondere con l’omonimo Aglianicone prodotto in Basilicata (tutt’altra storia). L’Aglianicone di Castel San Lorenzo è da annoverare nella rosa dei grandi vini italiani.
Dal colore rosso rubino con bordo venato di violaceo, nella giovane età, al rubino più scuro, quasi granato, in età matura, l’Aglianicone di Castel San Lorenzo emana profumi accattivanti di frutta fresca a bacca rossa, da giovane; in età matura, invece, al naso salgono effluvi intensi di marasca, di more e di confettura di prugne. In bocca è morbido, asciutto, ampio, con la giusta acidità; i tannini sono carezzevoli e giudiziosi; molto persistente. Nel complesso: equilibrato.
Un grande vino è il risultato di un’armonia, volta verso l’alto, fra una larga gamma di componenti. Nessuno deve eccedere perché la bontà del risultato è dovuta all’equilibrio di ciascuno di essi. Come in una orchestra il risultato è dovuto alla sinfonia di tutti gli strumenti senza che nessuno prevalga sugli altri. Questa è appunto la sensazione che si ottiene gustando l’Aglianicone di Castel San Lorenzo.

L’AGLIANICONE E LA SOCIETA’ CASTELLESE

In questa piccola comunità, dal 1981, ho svolto, in qualità di libero professionista, l’attività di Consulente del Lavoro. Dal 2001 al 2011 i miei concittadini mi hanno concesso l’onore di rappresentarli, in qualità di Sindaco pro-tempore del Comune di Castel San Lorenzo. Se la mia esperienza professionale mi ha consentito di penetrare fra le trame del tessuto economico locale, da Sindaco ho percepito, per intero, la maestosità di questo popolo, tenace e laborioso, discreto e dignitoso, rispettoso e orgoglioso della propria storia e della propria cultura contadina: umile e semplice e, nel contempo, fiera ed altera.
Al tempo della “belle èpoque”, quando le invenzioni tecnologiche e scientifiche stravolgevano il mondo (inizio ‘900 – 1^ guerra mondiale), il più grande esodo della storia, “la grande emigrazione” per le Americhe spopolava le campagne di mezza Italia.
La Comunità castellese non fu immune da questo fenomeno di massa.
In occasione della visita ad una Comunità di miei concittadini in San Paolo del Brasile, nell’anno 2002, ebbi modo di leggere la risposta di un emigrante italiano, cilentano di Pellare, ad un ministro italiano di quell’epoca, esposta nel “Memoriale dell’immigrato” di San Paolo: « Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?».
Intervistando alcuni miei compaesani anziani, residenti in Brasile, ebbi conferma che quella era l’amara realtà. L’Aglianicone di questo territorio, schietto, in purezza, prodotto in quegli anni e negli anni successivi, fino all’inizio della seconda guerra mondiale, quando ormai l’afide maledetto, importato dall’America: la fillossera, ne aveva decimato i filari, era riservato ai mercati nazionali ed americani. I nostri contadini ne conservavano solamente piccole quantità che venivano consumate durante le ricorrenze importanti: in occasioni dei matrimoni e delle festività di Natale, Pasqua e dei Santi Patroni. Ad “allietare” i pasti quotidiani e i lavori dei campi, invece, era il “ratupere”, che veniva prodotto diluendo con acqua in abbondanza le vinacce di Aglianicone in fermentazione.
Se da un lato la comunità si privava della bontà di quel liquido così prezioso, dall’altro, però, il nome di “paese del vino buono” lo conserviamo ancora oggi. In ogni luogo, in Italia e all’estero, dovunque mi sia recato, mi hanno accolto: “ma lei è di Castel San Lorenzo, il paese del vino buono!”.
Proseguendo le tappe storiche di questo vitigno prezioso e, certo, il più antico del Cilento, vi è da aggiungere che i consorzi, voluti dai governanti della giovane Italia unita, sorti nel nord e nelle regioni Puglia e Sicilia, nel sud, verso la fine del XIX – inizio XX secolo, per contrastare la fillossera che, ormai, stava devastato le vigne dell’Europa e dell’Italia, accortisi della inutilità di resistere al terribile afide, emularono le iniziative promosse in Francia, procedendo alla creazione di vivai volti alla produzione di talee da innestare su portainnesti americani, resistenti ormai alla malattia.
L’isolamento di vaste aree di territorio, dovuto alle precarie e, il più delle volte, inesistenti vie di comunicazione di quegli anni, non consentì ai consorzi di catalogare, conservare e rilanciare la miriade di varietà di vitigni autoctoni diffusi sul territorio nazionale. Pertanto, vennero conservate e diffuse le specie autoctone di territori più ricchi o collocati in prossimità dei consorzi stessi.
A seguito di ciò, vini importanti e rari, inimitabili, appartenenti a terroir dalle dimensioni più o meno limitati, hanno lasciato il posto a vini di poco pregio, prodotti da vitigni non sempre ad essi compatibili.
Questa storia accomuna tante realtà italiane, compresa la nostra. Per tanti anni, dell’Aglianicone se ne è persa la traccia. Nemmeno a seguito delle norme, emanate successivamente al secondo conflitto mondiale, che disciplinavano le D.O.C. e le D.O.C.G., che hanno riconsegnato alla storia interi territori ormai anonimi, è stata riconsiderata l’ipotesi di rilanciare il nostro prestigioso Aglianicone, sebbene esistessero sul territorio organismi estremamente organizzati e importanti: cooperative e aziende a ciò deputate.
Oggi (finalmente), nelle nostre bottiglie di Aglianicone vi è racchiusa la storia di questi nostri territori e, con un pizzico di nostalgica fantasia, riusciamo a vedere ancora i volti arsi dal sole dei nostri padri che si proiettavano ondeggianti in quei preziosi calici colmi di Aglianicone vermiglio, nei dì di festa, vicino al focolare domestico.

LE NOSTRE BOTTIGLIE

Work in progress …

Terre dell'Aglianicone